PREFAZIONE DELLA DIRETTRICE DELL' ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI ROMA AL CATALOGO DELLA MOSTRA TENUTASI DAL 16 AL 31 MAGGIO 2026 PRESSO IL MUSA
Le sculture di Francesco Intreccialagli mettono in evidenza la relazione che esiste tra arte e natura, anche attraverso l’uso della materia, intesa non tanto come mezzo espressivo ma piuttosto come elemento vivo, soggetto alle trasformazioni del tempo. L’utilizzo di elementi naturali — associati a materiali tradizionali, come il bronzo o il ferro —è particolarmente significativo per la loro mutabilità e la loro fragilità.
La cera – materiale spesso usato dall’artista -, in particolare, si distingue per la sua natura ambigua: solida e insieme vulnerabile, sensibile al calore e alla luce, conserva le tracce del processo che l’ha generata e continua a modificarsi anche dopo la realizzazione dell’opera. In tal modo, la scultura non è più un oggetto statico, ma un organismo in divenire, esposto alle medesime condizioni che regolano i processi naturali e che non si limita a rappresentare la natura, ma ne condivide i “metodi” e le dinamiche.
I lavori di Intreccialagli mostrano una concezione dell’arte come esperienza aperta, in cui il controllo progettuale è strettamente collegato all’imprevedibilità degli elementi naturali; le variazioni diventano parte integrante dell’opera, contribuendo a ridefinirne costantemente il significato.
La sua pratica artistica invita a riflettere su un’idea di arte che non domina la natura, ma si integra con essa, accettandone i limiti e le trasformazioni. Ne emerge una visione in cui l’opera non è più un oggetto concluso, ma un sistema aperto, in relazione continua con l’ambiente e con chi lo osserva.
La sua esperienza artistica è il terreno sul quale Intreccialagli ha costruito in questi anni la sua pratica didattica e il fruttuoso dialogo con i numerosi studenti che hanno seguito i suoi corsi all’Accademia di Belle Arti di Roma.
L’Accademia è pertanto particolarmente lieta di sostenere la sua mostra personale, che raccoglie i momenti più significativi del suo lungo e fecondo percorso artistico.
Cecilia Casorati
Direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma
La mia ricerca nasce dalla messa in discussione della forma chiusa. Ho contrapposto la spinta verso l'infinito, data dai volumi spesso paralleli, alla concretezza della forma chiusa, mantenendo al suo interno degli indizi di movimento.
Ho indagato il rapporto tra le forme (contenitore, volume e contenuto) attraverso diagonali, verticali e orizzontali, intese come possibilità spaziali.
Successivamente in queste forme ( stelle, ellissi sghembe, cubi, parallelepipedi, ecc ...) ho fatto entrare la luce da cielo a terra, come proiezione lineare, come segno.
Le forme in rapporto tra loro, attraverso la propria forza , la pressione implicita e il loro movimento, hanno suggerito, spinto, sconquassato i parallelepipedi, ruotando i cubi fino a farli cadere.
Nell'Installazione Momenti Zero le sculture, concepite dapprima in modo singolo (come ricerca consequenziale) sono divenute un "unicum" agli occhi dell'osservatore; tramite le "basi-scultura" le singole "sculture-oggetto" si sono identificate come un "intervento plastico-installativo" , acquisendo, oltre alla propria esistenza nello spazio fisico , una interdipendenza tra il "prima" e il "dopo" , un legame , un filo conduttore , un segno indissolubile nello spazio.
Successivamente, attraverso l'idea delle "basi-scultura", la "scultura-oggetto" è stata messa in discussione : cadendo dalla base, dal piedistallo (come si può ben vedere nella scultura "Scivolamento" dove il cilindro-scultura è scivolato a terra) viene cambiato il punto di vista dell'osservatore, dal piano sopra-elevato della "scultura-oggetto" si giunge al piano orizzontale della "scultura-ambientale" attraversabile.
Nelle serie "Nature" e "Arcobaleni" la scultura è diventata un tutt'uno con la base; l'uomo può entrare nella scultura per viverla.
Guardando a ritroso il mio percorso, il volume iniziale, liscio, pulito, levigato, è divenuto sempre più un segno tridimensionale nello spazio, senza, però, perdere il proprio peso visivo (materia e superficie). La luce, oltre ad entrare nella scultura in modo lineare, come proiezione, si è diffusa sui volumi, sui piani, rivelandone la superficie, suggerendo la materia sottostante la pelle.